Giocatori muniti di pinne, maschere e snorkel, una palla che incredibilmente tende ad andare a fondo, due arbitri con bombola ad aria compressa al seguito, pronti a scandire i ritmi della partita. L’immagine che si dischiude di fronte allo sguardo del curioso è quello di una nuova area di gioco. Un campo totalmente immerso nell’acqua, squadre che combattono sinuose sul fondo di una piscina per il possesso della sfera segna punti. Non stiamo descrivendo il set di Waterworld (Kevin Kostner 1995) ma più semplicemente l’ambientazione regolamentare del nuovo sport del momento: il rugby subacqueo. In Italia è una disciplina ancora poco conosciuta, ma in altri paesi esistono già da tempo decine di squadre, campionati e centinaia di appassionati spettatori. Oltre al campionato norvegese, che si disputa ogni anno e che comprende una quarantina di team, per un totale di 550-600 atleti (uomini e donne), periodicamente si svolgono anche i Campionati europei e quelli mondiali, cui sono solite partecipare nazionali come Svezia, Finlandia, Danimarca, Germania e Colombia, per citarne solo alcune. Per il momento nella nostra penisola esistono solo sei squadre che vanno dalla più “anziana” del gruppo, la Firenze 01 (sorta nel 1997), alla Roma U.H.R.C e la Ami sub di Milano formatesi solo di recente.
La storia
Le origini di questa stravagante disciplina sono avvolte in una fitta nebbia. Ancora oggi, infatti, le notizie sulla sua nascita sono poco chiare. Tre le varie supposizioni si annovera anche quella di chi considera lo sport in questione “figlio” di un antico gioco praticato in Kenya con le noci di cocco. La tesi più accreditata fa risalire la genesi del gioco al 1961, come scrive il tedesco Rudi Wiesner nel suo articolo “Entwickclung des Uw- Rugby”, grazie a Ludwing Von Bersuda, membro del German Underwater Club. Motore di tutto fu la necessità di quest’ultimo di ideare una palla adatta per il riscaldamento dei membri del club di immersioni marine. Da qui l’idea di trasformare il pallone da pallanuoto in sfera subacquea riempita con acqua salata. Trovato lo strumento mancava solo da decidere che tipo di gare applicare ad un ambiente simile. Anche questa volta Von Bermuda ebbe una brillante idea. Sistemò due canestri ed una rete al centro di una piscina e pensò che due team avrebbero potuto scontrarsi in quest’area: il team di attacco avrebbe dovuto portare la palla nel terreno degli avversari e tentare di fare canestro. Dopo alcuni mesi la nuova disciplina ideata da Von Bermuda, entrò per la prima volta a far parte dei giochi nazionali nel 1963 e può essere considerata come il primo esempio di sport subacqueo in cui viene utilizzata una palla. Fu l’inizio di una fortunata serie di gare che progressivamente continuarono sempre più ad affinarsi ed evolversi fino ad arrivare alla forma e alle regole attuali.
Da allora molte cose sono cambiate: sono state pianificate altre tattiche, scoperte nuove attrezzature e le regole sono state perfezionate. In cosa consiste, dunque, questo sport, così come lo vediamo oggi?
Il regolamento
Sei giocatori (ogni squadra è composta da un massimo di 15 atleti: 6 in acqua, più cinque di cambio e quattro riserve in panchina) si immergono in una vasca la cui dimensione è variabile. Al centro delle estremità dell’area di gioco vengono collocati i canestri i cui bordi vengono imbottiti con materiale morbido per evitare colpi bruschi ai giocatori. La palla, di forma sferica e non ovale, riempita con una soluzione salina di acqua e con una circonferenza che varia di 520 ai 540 ml per gli uomini e da 490 a 510 per le donne, deve cadere sul fondo della vasca con una velocità di 1.000-1.250 millimetri al secondo. A dirigere l’andamento dell’incontro, che si divide solitamente in due tempi di 15 minuti vengono nominati tre giudici di gara: l’arbitro di superficie, che osserva la partita da bordo piscina e i due arbitri subacquei con bombole ad aria compressa, posizionati ai lati dell’area di gioco.
Le prospettive del gioco
A Napoli si è tenuto da poco il quarto campionato di rugby subacqueo. Questo attesta sempre di più il capoluogo campano come sede di sperimentazione e laboratorio per nuovi orizzonti non solo dal punto di vista sociale e culturale, ma in questo caso anche e soprattutto a livello sportivo e agonistico.
Da oggi in poi, allora, niente più pinne e bombole solo per semplici immersioni ma…..palla al centro, si gioca! |