Sapevate che il mito di Medusa, dea dai capelli di serpente, era probabilmente ispirato al polpo e ai suoi tentacoli? Sapevate che Omero paragonava il suo eroe più grande, Ulisse, ad un polpo? Sapevate che i greci ritenevano il polpo un cibo afrodisiaco?
Eppure nei ricettari del XVII° e del XIX° secolo lo spazio riservato ai polpi è assai limitato. Ma se nei manuali di gastronomia, prevalentemente indirizzati ad arricchire le mense della nobiltà e dell’alta borghesia, i molluschi pluritentacolati erano maltrattati e in linea di massima disprezzati, essi erano generalmente apprezzati dal popolo, che ne faceva largo consumo. Per le strade di Napoli, in particolare, come c’era il venditore di maccheroni cotti, così c’era la venditrice di brodo di polpo. Matilde Serao ne “Il ventre di Napoli” (1890), parlando di ciò che si mangiava in città, dice: “Con due soldi si compera un pezzo di polipo bollito nell’acqua di mare, condito con peperone fortissimo: questo commercio lo fanno le donne, nella strada, con un focolaretto e una piccola pignatta.”
La notizia più antica del consumo del polpo a Napoli risale alla metà del XIV° secolo ed è contenuta in uno dei primi documenti scritti in napoletano. Nel 1339 circa, lo scrittore Giovanni Boccaccio scrisse all’amico Francesco de’ Bardi una lettera, per informarlo dell’avvenuta nascita di un bambino che, a quanto pare, era figlio illegittimo dello stesso Bardi. In occasione del lieto evento alcuni compari avevano comprato il più bel “purpo” che avessero trovato e lo avevano inviato alla “puerpera”. Oggi il significato di questo regalo ci sfugge, ma probabilmente all’epoca il mangiare polpo era simbolo di lussuria, e inviarne uno in dono a una donna comportava delle allusioni oscene.
In ogni caso, pare che molte delle critiche rivolte al polpo fino alla metà dell’Ottocento fossero dovute al fatto che si ignorava generalmente l’esistenza delle diverse specie, attualmente conosciute. Nel golfo di Napoli se ne possono pescare quattro differenti tipologie: l’Octopus vulgaris, che i napoletani chiamano “purpo verace”, e che è quello buono da mangiare. Vi è poi l’Octopus macropus, abbastanza simile al vulgaris ma meno pregiato. In napoletano viene chiamato “purpessa”. In fine vi sono due specie di eledoni (riconoscibili perché hanno una sola fila di ventose) il primo, Eledone corrosa, ovvero“purpo asinisco”, ha la carne molto dura e poco pregiata, l’altro Eledone moschata, che in italiano diventa il “moscardino” e in napoletano il “purpo musco” è la specie che di solito si usa per preparare i “purpetielli affogati”. Noi invece vi proponiamo la ricetta descritta da Matilde Serao.
Ingredienti per 4 persone:
1 polpo di gr 800
5-6 cucchiai d'olio
un peperone giallo, sale
pepe, un pugno di prezzemolo
un limone
Preparazione: Spellate il polpo, nettatelo togliendoli gli occhi, l'osso e la vescica contenente l'inchiostro. Lavatelo bene, ponetelo grondante d'acqua in una casseruola, preferibilmente di terracotta, in cui unirete olio, sale, peperone sbucciato e tagliato a fettine e prezzemolo tritato. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere per due ore senza mai aprire il recipiente. |