Il mito assiro del diluvio Utnapishtim, il re sacerdote di Viviana Francone
15.01.2010
La fonte di questo mito è il racconto fatto dal re sacerdote Utapishtim all’eroe Gilgamesh, protagonista del noto poema epico sumero, l’Epopea di Gilgamesh, appunto. Il racconto in questione è tratto dalla XI tavola dell’epopea, ma si è incerti se sia una copia rivisitata della narrazione di Ziusudra o si tratti addirittura di qualche pagina della Bibbia. Stavolta l’eroe è Utnapishtim, abitante della città babilonese di Shuruppak, che viene avvertito dal dio Ea (che nella versione babilonese del diluvio, corrisponde al dio Enki, pacifico nume delle acque sotterranee) dell’imminente diluvio scatenato dagli dei per punire gli uomini e riceve dalla divinità l’ordine di costruire un’imbarcazione con precise misure. Gli consiglia, inoltre, di informare gli uomini prescelti per la salvezza che, dopo il diluvio, essi andranno tutti a vivere con Ea nella sua dimora acquatica. Quando l’imbarcazione è pronta, proprio come il Noè Biblico, il buon Utnapishtim, vi fa salire famiglia, con carico di oro e argento, e tutte le specie viventi. Poco dopo, nel momento stabilito, le dighe scoppiano, le acque sotterranee si gonfiano ed inizia a piovere. Tanta è la violenza della tempesta che anche gli dei “si rannicchiarono come cani”. Ma a questo punto la narrazione prende una piega differente da quella biblica: infatti, quando l’imbarcazione di Utnapishtim si arena, lui lascia volar via da una feritoria una colomba e questa torna indietro perché non trova alcun luogo in cui riposare. Allora l’eroe fa uscire una rondine che fa lo stesso, poi un corvo che invece non fa più ritorno. Finalmente tutti sbarcano sulla terraferma e il sacerdote offre in sacrificio libagioni e brucia incenso. Sentendo il profumo delle libagioni, tutte le divinità accorrono al simposio, riunendovisi attorno come mosche. E giunge infine anche la Dea Madre che, disperata per la morte di tante delle sue creature, dichiara a Utnapishtim che non dimenticherà mai un simile evento. La Dea Madre, inoltre, accusa il dio delle tempeste Enlil (che ricopre il medesimo ruolo anche nella versione babilonese del mito) dell’uccisione di gran parte dell’umanità. Enlil, ancora infuriato per non aver ucciso tutti gli esseri umani, si placa però quando Ea gli confessa di essere stato lui a organizzare la fuga di Utnapishtim. Con un’improvvisa conversione, Enlil benedice allora l’eroe e sua moglie, concedendo loro la vita eterna. Insomma, una versione simil-biblica del “E vissero tutti felici e contenti”. “In eterno la Casa delle tavolette andrà preservata, In eterno la Casa del Sapere dovrà rimanere aperta”. Questo è l’inno di Shurgi, predecessore di Assurbanipal, uno dei tanti sovrani che innalzavano in Mesopotamia lo stendardo della cultura e che fecero erigere biblioteche colme di sapere. Proprio nella Biblioteca di Assurbanipal fu rinvenuta la tavoletta che narrava le imprese del crudele Gilgamesh.