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Marted́ 07 Settembre 2010
 
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Miti romani
Claudia Quinta: la preghiera di una Vestale
di Viviana Francone
23.07.2010
In ere arcaiche, prima del tempo di Romolo, le divinità del paganesimo già affollavano il Lazio. Tra le più antiche Vesta, dea del focolare domestico. E proprio il “fuoco” di Vesta divenne poi simbolo dell’eternità della città “caput mundi”. La dea Vesta era l’equivalente romano della greca Estia. Le sue sacerdotesse erano le Vestali, custodi del suo fuoco sul  tempio del Foro: fondamentale per esse era controllare sempre che la fiamma rimanesse sempre accesa. E nel caso in cui si fosse spenta, sfregando due bastoncini gli avrebbero ridato nuovo fervore. Insomma: il sacro fuoco simboleggiava il potere eterno di Roma. Come Vesta, intanto, anche le sacerdotesse avevano l’obbligo di rimanere vergini ed erano scelte dal sommo sacerdote nel numero di sette per servire la dea per trent’anni. La punizione per la trasgressione di tale dettame era tutt’altro che lieve: chi non fosse rimasta illibata, sarebbe stata bruciata viva. Le Vestali, allo scopo di farsi riconoscere, avevano un’acconciatura particolare ed indossavano sul capo un velo bianco. Significativa la leggenda che vede protagonista proprio una di esse. Si narra, infatti, che a Roma fosse attesa una nave che doveva risalire il Tevere per portare in città una statua di Cibele, la grande dea madre (ndr. una delle più importanti divinità straniere importate a Roma), considerata appunto genitrice di Vesta. Accurati allora furono i preparativi atti ad accogliere il naviglio. E tutta Roma, Vestali comprese, scese la foce del fiume per andare incontro alla nave. Al suo arrivo, però, l’imbarcazione si arenò tra le secche fangose del fiume e, nonostante gli sforzi di tutti gli uomini di tirarla fuori con funi di corda, rimase bloccata. Ma una delle vestali, di nome Claudia Quinta, attorno alla quale giravano molte chiacchiere, si fece avanti, raccolse acqua dal fiume e se la versò in testa per tre volte. Poi così pregò la sua dea Vesta :”Madre degli dèi, loro dicono che non sono casta. Se io sono colpevole, condannami, ed io pagherò con la mia vita. Ma se sono innocente, dimostralo adesso!”. Così detto, si tolse la fascia che aveva attorno alla vita e la legò alla fune. Non appena diede uno strappo alla corda, la barca scivolò sul letto del fiume e la barca, in tal modo trascinata, arrivò al centro della città.  
Della figura di Claudia fece propaganda Cicerone nell’orazione “Pro Caelio” in cui contrappose il coraggio e le virtù della Vestale alla sfrenata libido di Clodia, amante di Celio Rufo. E Clodia, probabilmente, è la stessa donna che invece il poeta Catullo chiamava Lesbia.
 
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