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Sabato 11 Settembre 2010
 
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  LE CONCHIGLIE


 
Commento semiserio alla canzone napoletana
‘O Marenariello ovvero l’assopimento dei sensi

di Renato Rocco
10.03.2008
II motivo di questa celebre canzone fu composto da Salvatore Gambardella garzone di fabbro di vent'anni, senza alcuna cultura musicale. Giacomo Puccini, apprezzò il talento del giovane e per incitarlo a studiare musica, gli donò un pianoforte. Il testo fu scritto da Gennaro Ottaviano, professione garzone di vinaio, che venne accusato di plagio: per la prima volta la controversia su una canzone di successo fu portata in tribunale.
Abbiamo due scuole di pensiero contrapposte: l'una che esercita un pressing psicologico verso l'amata allo scopo di accedere sessualmente alle sue grazie e che trova lo sua Summa Teologica nella canzone: «'O marenariello», l'altra nell'esaltazione di una sceneggiatura romantica che agisce da sfondo su un panorama idilliaco che niente concede alla sostanza sessuale. I primi versi recitano:
 
Oie nè,
fa prieste viene
nun me fa spantecà
ca pure a rezza vene
che a mmare sto a menà
 
Si noti come la pulsione sessuale sfugga ad ogni controllo di continenza, abbinando in un accecato travolgimento anche la rezza. Rimane un mistero come lo rezza possa svolgere un qualsiasi ruolo sostitutivo o di complemento all'atto amoroso. La proposta, direi alquanto oscena viene rafforzata dai versi successivi:
 
Meh stienne sti braccelle aiutame a tirà
 
A tirà che cosa? Se è quello che ogni lettore, anche se di scarsa immaginazione pensa, siamo nel pornosadismo più assoluto. Il citato tiramento si specifica con i versi seguenti:
 
ca stu marenariello
te vò sempre abbraccià
 
Come si concilia il tiramento con l'abbraccio? Ci troviamo di fronte ad una spinta evoluzione del Kamasutra, che non ha presente i limiti fisiologici del corpo umano. Non ancora sazio di queste azioni al limite delle possibilità umane, l'autore insiste:
vicino 'o mare
facimmo ammore
a core a core
pe ce spossà.
 
Ai succeduti contorcimenti, abbiamo un tentativo di regolazione filosofico-teorica nel determinare la natura dell'amplesso, esercitato ai soli fini ludici.
 
Oi nè io tiro a rezza
e tu statt a guardà
li pisci pa priezza
comme stanno a zumpà
 
Si resta interdetti di fronte a cotanta sfrontatezza e alla accezione morale che ne consegue, anche ad un cinico senso comune del pudore, ogni commento ed ogni parola profferita non può non giustificare un sano sdegno.
 
So marenaro
e tiro a rezza
ma p'allerezza
stong a murì.
 
Finalmente abbiamo una seppur tardiva presa di coscienza dell'immondo abominio nel quale l'autore era precipitato e lo canzone si conclude con una meditata catarsi finale che solo le fiamme purificatrici della dannazione eterna possono compiere e che hanno come premio la morte.
 
 
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