Talvolta è il frutto prezioso di un evento fortuito, talaltra la giusta ricompensa alle ricerche testarde di dilettanti sognatori, sulla scia di un’intuizione felice, altre volte ancora la combinazione di coincidenze fortunate e studi accurati.
La storia delle scoperte archeologiche è spesso anche la storia delle variabili che entrano in gioco concorrendo a determinarle.
Nel caso di Carmelo Santonocito, un edicolante sui generis, appassionato di lingue e civiltà antiche, il ritrovamento subacqueo di quelli che, con buona probabilità, si ritiene essere i resti di un tempio pertinente al santuario di Artemide Fascelide - luogo di culto che ha attraversato intatto i secoli e che, secondo le fonti bizantine, conobbe una delle prime prediche di San Paolo in Italia - è l’esito imprevisto di una ricerca iniziata per conferire puntualità storica ad un romanzo nato dall’assemblaggio di un serie di racconti collezionati nel tempo e pubblicato di recente («Più profondo del mare», ed. Falzea RC, 2007).
L’intento dell’autore era quello di far rivivere, attraverso le vicende degli antichi protagonisti, la Reggio Calabria della prima metà del V secolo, la Region di Anaxilaos e della battaglia di Imera, proponendo al contempo un tentativo di ricostruzione della vita di una polis della Magna Grecia.
Un progetto ambizioso che richiedeva approfondimenti accurati.
Inizia così una serie di studi destinati a protrarsi nel tempo e ad innescare un processo di ricerche sempre più stimolanti.
Vi partecipa un team di entusiasti, costituitosi spontaneamente tra gli amici dell’autore e arricchitosi di nuovi elementi (tra i quali il prof. Daniele Castrizio, archeologo e docente di numismatica all’Università di Messina) mano a mano che l’entità delle scoperte aumentava d’importanza e necessitava di pareri esperti.
E’ un punto in particolare ad attirare l’attenzione del gruppo, incoraggiandolo a concentrarvi le indagini: uno specchio di mare, collocato a sud della città e oggi denominato Calamizzi.
Non un luogo qualsiasi. Fino alla metà del XVI secolo, in piena età rinascimentale, su quelle acque non lontane dalla costa, si estendeva un promontorio che sprofondò improvvisamente in mare, senza lasciare traccia, alla fine del 1562.
Di Punta Calamizzi non esisterebbero testimonianze figurate se un pittore fiammingo, PieterBruegel il Vecchio, non l’avesse riprodotta in un suo disegno poco prima che questa colasse a picco.
Storia e leggenda trovano qui un punto di convergenza ideale, sostenute dall’autorità delle fonti antiche: il promontorio in questione, in tempi antichissimi, avrebbe ospitato il tempio di Artemide Fascelide, (che sorgeva non lontano dal sepolcro di Iokastos, mitico figlio di Eolo, là ucciso dal morso di un serpente) e sarebbe stato scelto dai coloni di Calcide per fondarvi la nuova città.
Non solo. A prestar fede alle cronache del VII-VIII, avvenne qui il primo approdo di San Paolo in Italia, durante le feste pagane in onore della dea.
In quell’occasione, all’apostolo fu concesso di predicare il Vangelo agli abitanti, condizionando però la durata della predica al tempo di consunzione di una candela, posta sopra una colonna rotta del tempio. Leggenda vuole che, una volta disciolta la cera, la colonna prendesse fuoco, permettendo così al santo di continuare a parlare.
La rivoluzione spirituale operata dal cristianesimo dei primi secoli, che spazzò via le ultime resistenze dei culti ufficiali dell’impero romano, fece sentire anche qui la sua voce.
Alla nuova fede venne consacrata la primitiva chiesa, guidata da Stefano di Nicea, primo vescovo della città di Reggio e, in epoca bizantina, il monastero di San Nicola Drakonariates.
Quando Punta Calamizzi sprofondò nel giro di pochi attimi un giorno (di dicembre, secondo le cronache contemporanee, di ottobre secondo l’opinione dello Spanò Bolani, che scrive qualche secolo dopo) del 1562, scomparve per sempre un luogo sacro, un punto in cui tradizione pagana e culto cristiano si intrecciano, raccogliendo l’esperienza religiosa di secoli e spingendo a dar credito ai racconti dei pescatori che, da sempre, narrano di templi e chiese sommerse, proprio in quelle acque.
Le cronache dell’epoca (Cantore Tegani, Zappia, Spagnolio) non forniscono spiegazioni sulle cause dell’evento: si limitano a constatarlo.
Probabilmente alla sua origine fu un errore progettuale degli ingegneri del ‘500, chiamati a risolvere un problema che, in quel periodo, doveva essere esiziale.
Le continue scorrerie dei pirati turchi, infatti, avevano reso necessaria una più imponente fortificazione del porto di Reggio, allora unico porto naturale della Calabria, insieme a quello di Crotone. Mancando però lo spazio adeguato alla costruzione del nuovo fortilizio, si decise di usare l’ampia foce del fiume Calopinace, deviandone il corso e facendolo sfociare a sud di Punta Calamizzi.
Iniziati nel 1547, i lavori subirono un’interruzione nel 1556 per non riprendere più fino al XVIII sec.
Le fonti suddette non rendono conto nemmeno di quell’interruzione, ma è verisimile che il successivo inabissarsi del promontorio debba ascriversi al dissesto idrogeologico causato dallo spostamento del corso del fiume.
Contrariamente all’opinione comune, che fa coincidere la foce del Calopinace nel 1547 all’attuale, Santonocito e i suoi, rifacendosi sia al disegno del Bruegel, sia alla cronaca del Bolani, si convincono che essa debba invece collocarsi più a sud e credono di individuarne il punto preciso.
E’ lì che Vincenzo Borrelli e Gianni Capolupo della Polizia di Stato, sommozzatori e amici dell’autore, effettuano le prime immersioni, verso la metà di dicembre del 2005.
I sub si ritrovano in poco tempo in un profondo canalone scavato nel fondale, praticamente a ridosso della spiaggia. La spiegazione non poteva essere che una: si trattava della foce del Calopinace dal 1547 al 1562.
Un risultato, già di per sé importante, che confortava gli studi a tavolino e che poteva rimanere tale, se non fosse per quelle variabili fortuite che sempre accompagnano le scoperte archeologiche.
A sette-otto metri di profondità, in un sito occupato fino a poco tempo prima da una prateria di poseidonia (una pianta acquatica, endemica del Mar Mediterraneo) e sepolto sotto mezzo metro di sabbia, i sub individuano un crollo di ragguardevoli dimensioni, con massi in pietra squadrati, basi e rocchi di colonne, ad interessare un’area di circa otto metri di diametro.
La superficie modanata di uno di questi massi è particolarmente significativa e intorno ad essa si sono raccolte, fin dalle prime immersioni, le speranze degli scopritori: secondo il prof. Castrizio infatti, quell’alternanza di metope e triglifi, ben visibile dalle foto subacquee, farebbe pensare alla trabeazione di un tempio greco-romano.
Il tempio di Artemide Fascelide? Se così fosse, quel tratto di mare ad una trentina di metri da spiaggia Calamizzi, avrebbe restituito un luogo di indiscussa autorità storica e valenza simbolica. Un luogo che fa spostare indietro le lancette del tempo collocandole in una dimensione semionirica, e in cui le vicende leggendarie che rimandano alla guerra di Troia e al ritorno degli eroi (se è vero che da qui passò l’omerico Odisseo, quando si recò da Eolo, dio dei venti) cedono il passo a fatti storicamente documentati, da San Paolo ai monaci romitidi San Nicola.
La parola spetta ora agli archeologi della Sovrintendenza di Reggio Calabria.
A loro, il compito di rispondere a questi affascinanti interrogativi.
Nella speranza che non ci facciano attendere troppo.
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