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 MARE E LETTERATURA


 
Il mare di Malaparte
Un'eruzione di energia e passione
di Antonella Carlo
02.01.2007
«L’aspetto del mare era forse più orribile che non l’aspetto della terra. Fin dove giungeva lo sguardo, non appariva che una dura crosta e livida, tutta sparsa di buche simili ai segni di qualche mostruoso vaiolo: e sotto quella immota crosta s’indovinava l’urgenza di una straordinaria forza, di un furore a stento trattenuto, quasi che il mare minacciasse di sollevarsi dal profondo, di spezzar la sua dura schiena di testuggine, per far guerra alla terra e spegnere i suoi orrendi furori. Davanti a Portici, a Torre del Greco, a Castellammare, si scorgevano barche allontanarsi in gran fretta dalla perigliosa riva, col solo, disperato aiuto dei remi, poiché il vento, che sulla terra soffiava con violenza, sul mare cadeva come un uccello morto: e altre barche accorrere da Sorrento, da Meta, da Capri, per portar soccorso agli sventurati abitanti dei paesi marini, stretti dalla furia del fuoco [...].
 Un’immensa nube nera, simile al sacco della seppia, (e seccia è chiamata appunto tal nube), gonfia di cenere e di lapilli infocati, si andava strappando a fatica dalla vetta del Vesuvio e, spinta dal vento, che per miracolosa fortuna di Napoli soffiava da nord-ovest, si trascinava lentamente nel cielo verso Castellammare di Stabia. Lo strepito che faceva quella nera nube gonfia di lapilli rotolando nel cielo era simile al cigolio di un carro di pietre, che si avvii per una strada sconvolta. Ogni tanto, da qualche strappo della nube, si rovesciava sulla terra e sul mare un diluvio di lapilli, che cadevano sui campi e sulla dura crosta delle onde col fragore, appunto, di un carro di pietre che rovesci il suo carico: e i lapilli, toccando il terreno e la dura crosta marina, sollevavano nembi di polvere rossastra, che si spandeva in cielo oscurando gli astri. Il Vesuvio gridava orribilmente nelle tenebre rosse di quella spaventosa notte, e un pianto disperato si levava dall’infelice città».
 
C. Malaparte, La pelle, Milano, Mondadori, 1978, pp.246-7.
 
 
Il Commento
Mare mostruoso e fatale, tartaruga dura e deforme: è quasi un paesaggio infernale quello che si prospetta all’ufficiale di collegamento italiano Malaparte, che assiste, esterrefatto, all’eruzione del Vesuvio del 1944. La natura diviene, in tal modo, correlativo oggettivo, tassello di un puzzle surreale: la degenerazione umana e sociale, inquadrata nel romanzo La pelle, pubblicato nel 1949, si riverbera in ogni aspetto della vita di una Napoli brulicante e sordida, occupata dalle truppe di liberazione alleate. Come il mondo della terraferma, così anche la realtà marina sembra scossa da un’energia senza precedenti, cumulata ed a stento trattenuta durante gli anni del conflitto mondiale: in un climax di tensione descrittiva, Malaparte dipinge un quadro a tinte fosche, in cui il rosso ed il nero diventano i colori predominanti. Mare guerriero, mare infuriato, mare inquieto che quasi non conosce limiti ed è pronto, dietro un’apparente fissità, a travolgere la terra: è questo il mare tutto interiore e simbolico di cui ci parla Curzio Malaparte, scrittore contraddittorio, fascista e maoista, ateo in vita e cristiano sul letto di morte, corrispondente di guerra, diplomatico, regista e poeta, editore e direttore di giornale.
 Eppure, nella sua esistenza difficile e discussa, che si dipanò tra 1898 e 1957, Malaparte scelse un’ altra immagine del mare, che potesse offrire sollievo e pace al suo animo sempre in lotta: per questo, nel 1938, progettò e costruì la sua rossa villa caprese a capo Massullo, in un luogo suggestivo stretto tra il blu delle baie ed il verde della vegetazione mediterranea. Aiutato da Adolfo Amitrano, vecchio mastro dell’isola, Malaparte creò una casa che definiva, con orgoglio, «il ritratto di me stesso»: seguendo il movimento della roccia, la struttura si estende in lunghezza e si collega ad una terrazza piana, grazie ad un’impervia e chiara scantinata. In un batter d’occhio, ecco il mare: il mare perfetto ed infinito, distesa calma e serena, paesaggio paradisiaco. Diverso da quello della letteratura, ma immagine azzurra e forte di un mondo sognato e fantastico. Vivo.
 
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