«Il vento aumenta e la barca ballonzola lietamente sulle onde spumanti. Lascia pure che l’acqua salata ti spruzzi il viso; è migliore che il vino più generoso, è il puro latte che, dal seno ondeggiante della Natura, ti ridonerà la salute e la forza! Hai osato dubitare che esistano miracoli? Ed ecco ora gli occhi ti si discagliano, e tu vedi che il mondo è bello, come nel giorno della creazione. Che luce s’è fatta dentro di te! Gli spettri della tua ipocondria si dileguano, uno dopo l’altro, ed i pochi ruderi di quell’orgoglioso edifizio della tua sapienza affondano nell’imo del mare. I tuoi savi vanno in fondo, con la pietra filosofale al collo, e lì, nella sua magione oceanica, Nettuno se ne sta lisciandosi la barba e ridendosela di cuore per la smorta figura dei nuovi arrivati; tanto di cuore, che le onde ne spumeggiano in superficie. Le Nereidi tiran via la parrucca dalla testa del povero professore, ed i pesci lietamente guizzano attraverso i buchi del suo filosofico mantello.
Ma tu, che sei ancora a galla nella tua barca, non osare di metter fuori un’altra sola voce di dolorosa rivolta; guarda, in silenzio, l’azzurro immenso[...]. Ecco Capo di Sorrento, e sulla roccia le mura che datano dal tempo dei Romani. Il popolo le chiama Il bagno della Regina Giovanna, ma sono rovine di bagni più antichi. Le colonne, lì presso, sono avanzi di un tempio dedicato ad Ercole, secondo alcuni, o, secondo altri, a Nettuno. Io credo che fu il dio del mare che abitò questi luoghi: non sentite nel nostro veloce andare che è il Padre Nettuno che, con la sua mano possente, spinge nella sua corsa la barca?».
A. Munthe, La città dolente. Lettere da Napoli e bozzetti di vita italiana, Firenze, Barbèra, 1910, pp.106-7.
Il commento
È il 1884, ed il giovane medico svedese arriva in una Napoli disastrata, squassata da un’epidemia di colera. Le sue scarpe eleganti si macchiano sulle strade polverose, i suoi occhi, che diventeranno, dopo qualche anno, il suo grande tormento, si affollano di immagini brutali, eroiche, dolorose. È il 1884 l’anno in cui inizia il viaggio di Axel Munthe (Oskarsham, 1857- Stoccolma,1949) nel nostro Meridione: un viaggio di amore e passioni, di contrasti ed emozioni, che lo porteranno a comporre La storia di San Michele, un vero e proprio best-seller autobiografico, tradotto in ben trentasette lingue. Munthe si innamorò di Napoli, di quella Napoli sudicia, coraggiosa, ferita e dolente, che compare in tutti i suoi scritti. Ma si innamorò soprattutto di Anacapri, dove, rilevando alcune rovine di una piccola cappella medioevale dedicata a San Michele, decise di costruire la sua meravigliosa villa. Chi non conosce Capri e la penisola sorrentina non potrebbe leggere le opere letterarie di Munthe: in ogni sua pagina, in ogni suo rigo, in ogni sua parola, la natura mediterranea diviene un’entità panica, capace di offrire una pausa ai dolori del mondo. Non è un caso che ne La città dolente, dopo aver descritto l’immensa tragedia sociale del colera, Munthe trovi un angolo di riflessione dedicato al mare del golfo. È questo mare luminoso, bello, libero e gaudente a donare attimi di autentica solarità ad una mente sofferta: il passato, mitico e storico, riemerge dalle onde, si riflette nel legno di una piccola barca ballonzolante. Natura e cultura, benessere e sapere: il vero saggio, lasciando la sua cattedra, pensa che, per raggiungere la felicità, bisogna ripartire da qui. Da qui, da questo mare, da questa costa, in un’unione inscindibile tra corpo e mente: bisogna aver il coraggio, una buona volta, di immergersi e bagnarsi, lasciandosi trascinare dalla corrente. Per essere un po’ meno accademici, ma soprattutto un po’ più vivi. |