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Il mare di Elsa Morante
Viaggio dell'anima nell'isola di Procida
di Antonella Carlo
27.02.2007
«Le isole del nostro arcipelago, laggiù, sul mare napoletano, sono tutte belle. Le loro terre sono per grande parte di origine vulcanica; e, specie in vicinanza degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi mai più i simili sul continente. In primavera, le colline si coprono di ginestre: riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti, viaggiando sul mare nel mese di giugno.
 Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte da ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada. Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.
 Intorno al porto, le vie sono tutte vicoli senza sole, fra le case rustiche, e antiche di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia, rosa e cinereo [...]. Nel nostro porto non attraccano quasi mai quelle imbarcazioni eleganti, da sport o da crociera, che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell’arcipelago; vi vedrai delle chiatte o dei barconi mercantili, oltre alle barche da pesca degli isolani [...]. Mai, neppure nella buona stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre spiagge dei dintorni. E se per caso uno straniero scende a Procida, si meraviglia di non trovarvi quella vita promiscua e allegra, feste e conversazioni per le strade, e canti, e suoni di chitarre e mandolini, per cui la regione di Napoli è conosciuta su tutta la terra».
                          E. Morante, L’isola di Arturo, Torino, Einaudi, 1995, pp.12-4.
 
Il commento
 
 Un agrumeto da cui guardare il mare, cercando di comprendere, con gli occhi e con la fantasia, la selvaggia bellezza della piccola isola: nei giardini della pensione “Villa Eldorado”, oggi diventata Parco Letterario, Elsa Morante amava dimenticare le leggi del tempo, dedicandosi alla riflessione ed alla scrittura.
 Tra il 1956 ed il 1957 compose qui il suo capolavoro, “L’isola di Arturo”: ed ancora adesso, quando passeggi per le stradine di Procida, o vedi, dal mare, la sagoma imponente del penitenziario, la narrativa supera la barriera fisica della pagina, riuscendo ad esprimere, in modo sempre attuale, l’incanto di un luogo. Elsa Morante, forse più di chiunque altro, aveva nel sangue i segreti della “sua” isola: e li interpretò con una luce particolare, quella che solo i grandi scrittori sanno trovare. Procida, non mondana, non affollata, non turistica come Capri ed Ischia, era il teatro adatto per una crescita interiore, difficile e complessa: la bellezza irregolare, semplice, tenera e scontrosa del luogo rifletteva le misteriose distonie di un’avventura adolescenziale. Così, nei colori degli ibiscus della Corricella, nella solitudine pacifica dello scoglio di Vivara, nella sabbia della marina di Chiaiolella, Arturo poteva ritrovare i segni atemporali di una dimensione sospesa ed autentica: e preferiva essere scorfano, piuttosto che gabbiano, pur di rimanere a contatto con la “sua” natura. L’isola diventava la metafora del distacco ribelle dal presente, dal continente gravido di incognite e dispersioni: ed anche oggi, quando dalla spiaggia di Miseno vedi Procida così vicina, che quasi ti andrebbe di andarci a nuoto, quella lisca di terra ti sembra soffusa, ammorbidita dall’afa e dalla umidità dell’aria. Senza contorni, come se non si volesse far afferrare.
 
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