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Marted́ 07 Settembre 2010
 
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 MARE E LETTERATURA


 
Il mare di Pio Baroja
Napoli e le sue metamorfosi
di Antonella Carlo
29.01.2008
«Quando sono tornato all’albergo mi avevano cambiato di stanza, e dal balcone della nuova c’era una splendida vista. Si vedevano i gabbiani volare sulla riva; il giorno era incerto, a tratti piovigginava, a volte usciva il sole all’orizzonte che si stava schiarendo. Questo pareva una promessa di cambiamento.
 Il crepuscolo è stato meraviglioso. Il grigio perla del mare si è oscurato, prendendo un tono di mica; il fondo dell’orizzonte, già limpido, è passato dal giallo pallido al rosa, e al tramonto del sole, per un breve momento, le onde hanno brillato con colori sanguigni, come le squame di un dragone favoloso. Poi il cielo è rimasto verde e azzurro e hanno cominciato a brillare le stelle, come per annunziare il buon tempo per il giorno seguente.
Il giorno dopo, mi sono svegliato così presto che ancora non era spuntata l’alba quando mi sono affacciato al balcone. Era il momento intermedio tra la notte che finisce e l’aurora che comincia. Il cielo, azzurro, non aveva una nube; il mare luccicava spruzzato di piccole onde grigie, come di madreperla. Barche scure scivolavano come fantasmi e si allontanavano dalla riva su quella superficie color perla, svanendo nella bruma leggera. Si vedeva la sagoma dei marinai in piedi.
L’orizzonte ha acquistato un tono opalino sul promontorio di Sorrento. D’improvviso, il sole ha cominciato a salire nel cielo con la velocità del sole a teatro. Il suo corpo luminoso appariva sulle rocce del promontorio come un occhio di fuoco.
 Questi fasci di luce ricordavano le spade fiammeggianti dei grandi altari barocchi delle chiese. Un istante più tardi, un torrente di luce d’oro si spargeva sul mare e lo invadeva di splendori e di riflessi. L’estrema purezza del cielo rendeva lo spuntare del giorno superbo e magnifico.
Mi sono affrettato ad uscire: ovunque si avvertiva una prodigiosa trasformazione. La città, sporca, rognosa, del giorno prima, era diventata all’improvviso, sotto la carezza del sole, una città splendida, con case alte, con terrazze e marciapiedi di pietra vulcanica».
 
P. Baroja, Da Obras completas, in T. Cirillo Sirri- J.V. Quirante Rives (a cura di), L’averno e il cielo. Napoli nella letteratura spagnola e ispanoamericana, Napoli, Dante & Descartes, 2007, p.75.
 
Il commento
 La città delle metamorfosi senza fine: è questa, forse, la Napoli di Pío Baroja (San Sebastian, 1872 - Madrid, 1956), importante scrittore spagnolo ed esponente della “Generazione ‘98”. Il mare, in una prassi caleidoscopica di continua trasformazione letteraria ed immaginifica, è un fattore essenziale: dai colori delle acque, dai progressivi cambi di scena nell’arco di un’intera giornata, ecco che si sviluppa un’avventura particolare dello spirito, perso in una metropoli difficile e confusa. Pío Baroja, durante tutta la vita, ha viaggiato in Italia, dal Nord al Sud: nella nostra penisola ha proiettato le ansie di artista irregolare e deraciné, alla ricerca di sensi letterari, personali, emotivi. Napoli, però, rispetto agli altri luoghi, ha impresso un vero e proprio marchio creativo nell’identità complessa di Baroja: tra le Ciutades de Italia essa merita un titolo particolare, perché capace di rivelare una costante interazione di eros e thanatos, scommessa di vita e minaccia di distruzione. Non è un caso che, nella città partenopea, Baroja abbia ambientato il suo romanzo Il labirinto delle Sirene: in una realtà contemporanea caotica si scorgono, comunque, le leggende antiche di un tempo, tutte provenienti dal mare.
 
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