«Io sono un appassionato del mare. Da anni colleziono conoscenze che non mi servono molto perché navigo sulla terra. Adesso ritorno in Cile, nel mio paese oceanico, e la mia nave si avvicina alle coste dell’Africa. Ha già superato le antiche colonne d’Ercole, oggi corazzate, al servizio del penultimo imperialismo.
Guardo il mare con il più grande distacco; quello dell’oceanografo puro, che conosce la superficie e la profondità; senza piacere letterario, ma con un assaporamento da intenditore, da palato di cetaceo [...]. M’interessa il plancton; quell’acqua nutriente, molecolare ed elettrizzata che tinge i mari di un colore di lampo violetto. Così ho scoperto che le balene si nutrono quasi esclusivamente di questo onnipresente organismo marino. Piccolissime piante e irreali infusori popolano il nostro trepidante continente.
[...] Adesso vengo da un’altra parte. Ho lasciato dietro di me l’ultimo santuario azzurro del Mediterraneo, le grotte e le insenature marine e sottomarine dell’isola di Capri, dove le sirene uscivano a pettinare sulle rocce i loro azzurri capelli, perché il movimento del mare aveva tinto ed inzuppato le loro folte capigliature.
Nell’acquario di Napoli ho potuto vedere le molecole elettriche degli organismi primordiali e salire e scendere la medusa, fatta di vapore e argento, che si agita nella sua danza dolce e solenne, circondata all’interno dall’unica cintura elettrica portata finora da qualsiasi dama delle profondità sottomarine».
P. Neruda, Oceanografia dispersa, in Id., Confesso che ho vissuto, Torino, Einaudi, 1998, pp.286-7.
Il commento
Anche quando il sole d’agosto batte sulle tempie sudate ed il mare sembra un miraggio proibito tra le rocce verdeggianti, il turista, scendendo lungo il ripido sentiero che conduce ai Faraglioni capresi, non può non notare un’iscrizione, scolpita nella pietra isolana. I versi di Pablo Neruda accolgono così il viaggiatore, decantando una bellezza naturale fantastica, che favorisce, allo stesso tempo, amore e letteratura, sogni e meditazioni. Rifugiatosi a Capri nel 1952 con la futura moglie Matilde Urrutia, il poeta cileno compose, proprio qui, “I versi del capitano”, raccolta erotica e passionale che palpita ancora con la stessa forza di una volta. Nell’antologia si ritrova, dunque, l’incanto stupito e sorprendente di un isolamento geografico e personale, che permise a Neruda di realizzare un rapporto armonico con il paesaggio, esterno ed interno: oggi come ieri, Capri sembra aver conservato il suo fascino antico e suadente, capace sempre di sfuggire al turismo snob e mondano che troppo spesso non ne comprende i segreti. Neruda amò il golfo di Napoli, amò il blocco di terra sospeso nel mare con la forma di una donna distesa al sole, amò i colori mozzafiato e le baie battute dal vento, amò la piazzetta elegante in cui si riunivano ragazze dai larghi cappelli di paglia. Neruda conobbe a menadito la Capri palese, ma seppe rimescolarsi nella terra ignota, in cui non approdava la gente costiera; il poeta, con Matilde al suo fianco, si perse in «una Capri recondita, dove si entra soltanto dopo un lungo pellegrinaggio e quando ormai l’etichetta del turista ti si è staccata di dosso [...]. Uno si sente ormai consustanziato con le cose e la gente; ti conoscono i cocchieri e le pescatrici; fai parte della Capri nascosta e povera; e sai dove trovare il buon vino che costa poco o dove comprare le olive che mangiano quelli del posto» (Confesso che ho vissuto, cit, p.283).
E lo scrittore, con la lente fatata che solo la grande letteratura può offrire, si lanciò, poi, nelle profondità del golfo, scoprendo, come un palombaro, la vita misteriosa degli abissi: il mondo sommerso, popolato da plancton e spezzato da campi contrastanti di energia, non era forse tanto differente da quello luminoso ed evidente, sorpreso su una spiaggia rocciosa. |