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  RACCONTI IN BOTTIGLIA


 
Nel mare dei sentimenti
di Ludovica Mazzuccato
15.06.2006
Abbarbicata sull’isola pedonale, cerco il momento giusto per attraversare la strada. Le cuffiette del mio mp3 mi isolano dal catalitico rumore del traffico di mezzogiorno.
Su di un’isola – pedonale – isolata dal mare di asfalto, guizzante di balene accessoriate. Dovrei sentirmi serena come una di quelle isolane dalla pelle ambrata, che ti accolgono sorridenti con collane di fiori e poi, guardandole meglio, ti accorgi che dalla loro sottanina di paglia sbuca l’etichetta “made in China”.
Qualcuno non ha forse detto che nessuno è un’isola?
Eppure esiste l’emarginazione, atolli umani per pregiudizio mai esplorati e arcipelaghi stressati dalla movida che sguinzagliano squali travestiti da delfini per ritrovare un po’ di tranquillità.
Gli esseri umani più fortunati, durante la loro vita, alternano momenti di isolamento forzato a momenti di isolamento voluto.
Capita anche a me. Mi rivedo ragazzina sempre seduta a far da tappezzeria alle feste e solo cinque anni dopo, giovane donna corteggiatissima nelle piste delle discoteche: eppure ero sempre io! Ed ora eccomi qui, alla soglia dei trentacinque, a bramare un po’ di sano isolamento per ritrovare la mia identità, stravolta dagli usi e costumi di turisti barbari che dicevano di amarmi ma che non hanno mai rispettata la mia natura.
 
Finalmente riesco ad attraversare la strada saltellando di striscia in striscia, come una rana nello stagno che balza da una foglia di ninfea all’altra.
Carla, la mia migliore amica, mi ha già sgridato perché declino ogni suo invito mondano e non rispondo al cellulare; se solo capisse che isolarsi non significa tagliare i ponti con il mondo, ma semplicemente lasciare che il mondo ti venga portato dal mare delle circostanze.
L’acqua trasporta tutto, è fluida messaggera di vita; perciò mettere dell’acqua tra me e la gente della terra ferma non significa creare una barriera, ma anzi aprire una strada per raggiungermi. Così anche Carla non può venirmi a trovare con le scarpe con il tacco a spillo delle sue serate d’èlite, ma può usare le sue braccia affettuose per remare e venire ad abbracciarmi.
In questa società non sappiamo più stare con noi stessi perciò quando ci troviamo esiliati come Napoleone ci sentiamo finiti.
 
Finalmente a casa. Infilando nella toppa della serratura la chiave il mio sguardo cade sul portachiavi a forma di gabbiano. È il souvenir di quel fine settimana all’isola Giglio. A pensarci bene io mi sento un po’ come quest’isola che cerca di farsi apprezzare senza perdere la sua identità, un’isola che attraverso l’orogenesi della sofferenza si è staccata dall’Argentario con la forma di un pesce che guizza via dallo smog di Piombino, l’isola in cui l’idioma locale chiama zenzero il peperoncino fregandosene del resto del mondo.
Prendo fiato seduta alla mia scrivania. Probabilmente la mia pace è proprio qui, nella mia isola di cellulosa, tra sorgenti di inchiostro e foreste di scarabocchi, dove la gomma come un coccodrillo, divora lo stereotipo. Chiacchiero con fantasie indigene, sbucciando rime succose, mi tuffo nella baia dei miei sogni e faccio collane infilando parole d’amore.
Forse noi scrittori siamo tutti un po’ isole che raccolgono ciò che il mare della sensibilità arena nelle loro anime.
O forse siamo tutti un po’ isole perché ognuno è una creatura originale con caratteristiche diverse dalle altre e se solo si varcasse il mare placenteo, la strada più antica del mondo, forse “comunicheremo” veramente tra noi.
Infondo se prosciughi il mare ti accorgi che tutte le isole sono collegate, ma con le tue gambe non potresti mai attraversare quelle voragini se non ci fosse il mare dei sentimenti!
 
 
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