La sabbia gli bruciava la pianta dei piedi, e cedeva docilmente sotto il peso dei suoi passi lenti diretti alla spiaggia.
Giulio, grondante sudore, arrancò ansimante per l’ultima duna che lo separava dal mare e cercò di affrettarsi: non ce la faceva più, ed ogni volta era la stessa storia.
La casetta che aveva affittato grazie al denaro faticosamente risparmiato durante l’ultimo inverno, era in verità un po’ distante dalla spiaggia, ed ogni mattina doveva affrontare quei cinquecento metri d’inferno per guadagnarsi il mare. Certo era un po’ dura per i muscoli delle gambe, dopo le oziose comodità della vita cittadina, ma quella era l’occasione giusta per fare un po’ di moto.
Arrivò finalmente in cima alla collinetta sabbiosa, e con l’atteggiamento di un mosè che osserva la sua terra promessa guardò, come fosse stata la prima volta, lo splendido spettacolo che gli si presentò innanzi agli occhi, meta ambita dei suoi sforzi mattutini. La spiaggia dorata si stendeva a perdita d’occhio da est ad ovest e la sua riva lucida era lambita da un Mediterraneo in stato di grazia, tranquillo e trasparente, che l’accarezzava lentamente come un amante esperto.
Giulio si diresse verso la battigia, mentre una brezza tiepida gli accarezzava i capelli, ed a contatto col mare si sentì avvolgere dolcemente le caviglie dall’acqua ancora fredda, ma che prometteva bene. Avrebbe fatto un bel bagno prima di andar via.
Fece alcuni metri nell’acqua bassa, poi si diresse verso l’ombrellone che aveva lasciato il pomeriggio precedente, aprì il seggiolino di legno che aveva con sé e si sedette.
Chiuse gli occhi ed ascoltò il canto del mare lento, monotono, dolce, poi aprì il suo taccuino ed incominciò a scrivere.
Il suo editore voleva qualcosa di speciale, stavolta, e Giulio non l’avrebbe deluso, soprattutto per provare a sé stesso che sapeva essere un bravo scrittore. Il romanzo era a buon punto e prima di settembre l’avrebbe finito. Doveva!
Una buona dose di tranquillità era proprio quello che ci voleva, ecco perché aveva scelto quell’isola sperduta, dove non c’era traccia alcuna di civiltà..
La stessa casa era tutt’uno col paesaggio di sabbia e piante grasse, sembrava fosse esistita da sempre, dalla Creazione.
Aveva appena iniziato un monologo del protagonista quando, alzando gli occhi dal foglio, si accorse che la lunga striscia umida e regolare della spiaggia veniva interrotta, in un punto lì vicino, da alcuni piccoli disegni che si susseguivano con regolarità.
Incuriosito, quasi stupito, si alzò e, lasciandosi dietro la grande ombra circolare del vecchio ombrellone, si diresse verso l’oggetto della sua distrazione.
Erano orme, piccole orme di piedi sicuramente femminili, che si dirigevano verso il mare.
Dovevano essere molto recenti, visto che l’acqua non aveva avuto ancora il tempo di cancellarle, sparivano, invece, dove la sabbia era asciutta, ma ciò non metteva in dubbio che esse provenissero dall’entroterra, forse da casa sua. Sì, forse qualcuno….Ma chi?
Guardò verso il mare ed arrivò con lo sguardo fino all’orizzonte cercando, in ogni metro quadrato d’acqua salata, anche un minimo indizio della presenza di qualcuno, ma niente. Solo mare e cielo, cielo e mare.
Osservò più attentamente le orme, sì, erano appartenenti senza ombra di dubbio ad una donna, e questo lo agitò non poco, ed una profonda eccitazione lo pervase da capo a piedi. Doveva sapere chi era stato sopra quelle impronte, doveva vederla in faccia quella persona.
E lì un desiderio irrefrenabile, quasi un bisogno vitale di vedere un suo simile, qualcuno che avesse le sembianze umane, scaturì violentemente dagli abissi della sua coscienza, richiamato in vita da una sconcertante consapevolezza di essere assolutamente solo per miglia e miglia.
Giulio, adesso, era seduto sulla sabbia sotto il sole di mezzogiorno e guardava ancora il mare.
Era sicuro che chi era stato lì, stava ancora in acqua, era sicuro, più che sicuro, che era stata una ragazza bellissima, a pestare la sabbia col suo dolce peso, magari bionda, longilinea, ma non troppo magra, qualche curva non guastava. E poi splendida nella sua bellezza solare, soave nella musicalità della sua voce, le trovò anche un nome: Morena, sì, perché quella ragazza non poteva che chiamarsi così.
Si scoprì a fantasticare estasiato su qualcuno che non aveva mai visto e se ne vergognò un poco, ma ignorò ogni logica e volle aspettare ancora. Lui doveva sapere!
Cosa le avrebbe detto vedendola?
“Chi sei?” No, troppo scontato; o forse “Ti aspettavo!”, macché, roba da film...!
Il suo cuore iniziò a bussare da dentro, forte, sempre più forte, al pensiero di quell’incontro, e Giulio si sentì come un bimbo al primo giorno di scuola: smarrito, impotente, ma felice.
- Le darò un bacio non appena si avvicinerà - pensò, - lei capirà, e poi è innamorata di me, lo so! E sì, altrimenti perché sarebbe venuta a spiarmi? E’ timida, non avrà avuto il coraggio di farsi vedere!-.
Sentì di amarla anche lui, come non aveva amato nessuno in vita sua e la aspettò ancora. Non poteva farle lo sgarbo di andar via prima che Morena arrivasse.
Riaprì gli occhi, forse si era addormentato, forse era stato travolto dai suoi pensieri. Il sole era ormai basso sull’orizzonte ed un vento fastidioso aveva leggermente increspato il mare.
Si guardò intorno, non capiva. L’ombrellone e la sedia erano lì a pochi metri, il suo taccuino a terra, con i fogli mossi da quel vento, sembrava un uccello ferito che cerca di riprendere il volo. Le orme erano scomparse da un pezzo, ingoiate dall’altalena delle onde.
Si stirò i muscoli e sentì le spalle tirargli dolorosamente, il sole lo aveva cotto a puntino.
Fece un ultimo sforzo di memoria ed allora ricordò.
Morena.
Non era più venuta, aveva tradito il sentimento di lui, sincero e profondo.
Lui non meritava questo, l’aveva aspettata, aveva sperato fino all’ultimo; l’aveva amata, anche se per quell’attimo infinito, con tutta la sua forza.
La delusione lo schiacciò come un masso di granito e lo lasciò sulla sabbia, straccio d’uomo incendiato fuori da un sole spietato e dentro da un amore disperato.
Giulio raccolse le ultime forze e si mise in piedi, andò a prendere i suoi appunti, la sedia, ed a testa bassa affrontò per l’ennesima volta quelle dune selvagge.
Era il tramonto, e l’ondulazione della sabbia creava suggestivi giochi di ombre sulla spiaggia, dove restava solo l’ombrellone, aperto, di un verde intenso. Verde come la speranza..
Giulio era già scomparso dietro le dune. Erano rimaste solo le suo orme sul tratto umido della spiaggia, erano piccole, ben disegnate, sembravano proprio orme di piedi femminili.. |