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Sabato 11 Settembre 2010
 
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  RACCONTI IN BOTTIGLIA


 
La ballata di Cecilia
di Giovanni Chianelli
15.02.2007
A Cecilia si arriva dal mare.
La rotta sulle mappe che ancora la riportano recita così:
“Se a Cecilia vuoi arrivare/ naviga fino al tramonto/
e quando il vento cade/ gira in tondo/
dietro l’angolo è Cecilia che ti appare.”
 
Cecilia è la città degli angoli. Ha grandi, chiare, meravigliose piazze, barocco-pazze, in cui si levano alti gli obelischi che reggono bandiere segnavento, per i marinai che intendan ripartire. Ed imponenti chiese, alle cui mura bianche ti puoi appoggiare e riposare in pace, all’ombra, seguendo il sole in giro per il cielo che lì, sopra Cecilia, è sempre indaco e amaranto.
 
Non ti disturberà schiamazzo,
né grida di bambino,
né strepiti del pazzo
del paese,
o bassi borbottii dell’ubriaco.
 Potrai dormire in pace perché là, a Cecilia,
le piazze sono vuote. 
Le strade sono vaste,
ricordano le sabbie del deserto,
e sempre le percorre un vento tiepido che odora di caffè. Ai bordi,
alti tamarindi e rare palme
procurano ristoro a chi si fermi
a bere alle fontane.
 
Ma pochi, in verità, son quelli che camminano per via.
Ti chiederai: dov’è che vanno gli uomini e le donne di Cecilia? Curioso di sapere che colore hanno, e quale accento e cosa sanno delle stelle. Ti dico solo questo, che gli uomini hanno visi bruni, percorsi da rughe in ragnatela, ma belli, dagli occhi vivi e i nasi dritti, un po’ aquilini. Le donne, invece, portano cappelli a larghe tese, di paglia colorata, per proteggere gli incarnati chiari dal sole che picchia ogni giorno dell’anno. Un’antica canzone popolare dice:
 
“donna, ti ho visto di mattina/
cullavi l’altalena e la tua schiena/
pareva sol di crema ed amarena”.
 
Per trovarli, sappi, non ci vuole coraggio né arguzia, ma occhio capace di cogliere l’angolo, dietro le quinte, lo sfondo. Supera la piazza, infila il vicolo, oltrepassa il duomo in pietra rosa, e quasi nascosto, acquattato in terra, sotto frasche d’alberi e zampilli, ti si apre il mondo della gente d’angolo, che rifugge il sole pieno delle folle.
Tre sedie di legno nel vano di pietra ed un tavolino laccato di rosso: anziani al caffè d’angolo. “E’ buono?”, “E’ il migliore. Lo tostiamo noi.”
Al centro una fontana, acciottolato in terra, foglie sparse di un albero accogliente: la piazzetta d’angolo, per crocchi di signore che tessono ricami.
E poi giovani donne con lenti da farfalla, e giovani poeti in camiciola; bambine brune che saltano la corda e rossi pescatori dai balconi.
 
Nella città d’angolo si tace, soprattutto. La gente parla poco, ma se tu, turista rispettoso, ti accosti con dolcezza, ti indicheranno un nido tra due rami, un portico, un cuscino per sedere, e lì, comincerai a vedere.
Gli innamorati d’angolo si fuggono a vicenda: nascosta dietro il muro si accende la passione; l’amore, diventa una leggenda. “Mi starà aspettando o sarà partito?” Nella città d’angolo si ignora ciò che accade. Tutto è già finito; filo di cotone senza capo né code. Vuoi la verità? Devi seguirla, non c’è posto per il chiaro e il definito; tutto resta in ombra, dura all’infinito.
I commensali d’angolo cambiano la tavola ogni giorno. Le taverne serrano la porta,
“Oggi non c’è pane, tornateci domane”,
spuntan come funghi dietro i canti delle strade, bollono le pentole e l’odore sale. I cantanti d’angolo imparano ogni giorno una canzone, la levano al cielo e si rispondono, nota dopo nota, giocando a chi indovina l’emozione. Dalla voce, il respiro basso, l’animo che cuoce. 
Ed i pazzi d’angolo hanno vita facile, perché nel groviglio di case e di cimase, sembra quasi meglio sragionare, perder la fiducia nelle cose ed affidarsi al mare, che mescola i pensieri in vasche di tonnare.
Resta ad osservare fino a sera, quando ogni follia, nella città d’angolo, si riduce a soffio, passo, tango.
 
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