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Venerd́ 10 Settembre 2010
 
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  RACCONTI IN BOTTIGLIA


 
Racconti in bottiglia
di Fabio Desideri
10.04.2007
Mio padre l’ho sentito gridare nell’aria già calda del mattino mentre ero ancora a letto. Ero sveglio e con gli occhi aperti, abituati alla luce della stanza dove il sole di inizio estate filtrava da una porta finestra malamente schermata, fissavo immobile gli oggetti della stanza aspettando che la mamma salisse in camera per dirmi che era ora di alzarmi. Mi esercitavo anche ascoltando i rumori che venivano da fuori per cercare di intuire a quali gesti corrispondessero. A sentire l’acqua che scrosciava non sono riuscito a trattenere un fremito di irritazione (mi sono rannicchiato stringendo i pugni ed emettendo un piccolo mugugno) per tutto quello spreco, il babbo stava infatti innaffiando il giardino trascinando dietro di sé la gomma che non voleva saperne di seguirlo docilmente. Nonostante fossero silenziose o si scambiassero solo poche parole sotto voce, dai loro passi potevo invece seguire le donne di casa mentre caricavano le valigie, la mamma, la nonna che masticava amaro, e la signora delle pulizie che era stata convocata all’alba per dare una mano.
Quando ho sceso le scale di corsa lo scenario in movimento che avevo ricostruito si era già ricomposto in una calma apparente. Mi sono messo a tavola, dove mi aspettava già pronta la colazione, sbirciando vicino alla porta le ultime scatole che non avevano ancora trovato posto in auto. Ho osservato mio padre, seduto mentre lo aiutavano ad asciugarsi dopo che si era inzuppato con l’acqua fuoriuscita da una valvola che non aveva saputo regolare. Aveva i tendini del collo tesi e la bocca piegata su un lato in una smorfia, schiumando di rabbia per tutto quello che era sfuggito al suo controllo. Tutti sembravano aspettarmi e dopo aver finito ho cercato di darmi da fare portando fuori quello che era rimasto da sistemare.
A mia memoria i preparativi per la partenza per le vacanze sono sempre stati fonte di litigi, l’unica di cui abbia un ricordo positivo, non mi spiego come mio padre abbia potuto realmente sorprendermi, è stato quando abbiamo aspettato la fine di Argentina-Italia del 1978, se non confondo la partita o il mondiale, e siamo partiti in piena notte: fu davvero avventuroso viaggiare nell’autostrada solitaria e buia come non l’avevo mai vista.
La partenza cadeva ogni anno all’inizio di luglio, ma i preparativi cominciavano già da metà giugno e nei fine settimana precedenti c’erano state le consuete visite di avanscoperta per aprire la casa e valutare i danni dopo un anno di assenza. Perché mio padre assoldava una piccola tribù ben retribuita di falegnami, muratori e idraulici che in cambio di una giornata al mare e di un generoso compenso lo assecondavano nelle sue manie manutentive. Soprattutto la verniciatura delle persiane aveva assunto il carattere di una lotta contro la supremazia della natura, ma la consulenza di esperti conservatori non aveva impedito che il salmastro alla fine avesse ragione di quelle di legno, sostituite dai modelli più resistenti in alluminio anodizzato.
Da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di rinchiudermi in camera e di non uscire se non all’ora dei pasti, trasformando l’equivoco per il quale i miei genitori pensano sia impegnato nello studio (con questa scusa hanno anche cominciato a coprire in giro i miei progressivi abbandoni, come quando sparsero la voce che avessi smesso di giocare a calcio per dedicarmi all’università) nel vantaggio di farmi esonerare dai sopralluoghi preliminari. Avevo dunque passato le ultime due domeniche da solo e, per la stagione, questa era la mia prima assoluta al mare. Mi piaceva l’idea di rifare, a quasi un anno di distanza, quel breve tragitto di poco più di 50 kilometri che ci dividono dalla costa. Il primo tratto fino al casello dell’autostrada non ha niente di interessante, ormai troppo consumato dall’uso quotidiano, ma via via che si avanza verso ovest aumenta la curiosità di osservare un paesaggio che mi capita di vedere due volte l’anno, una all’andata e una al ritorno a settembre. All’uscita di una delle ultime gallerie, in bilico su quel lungo viadotto che da bambino mi terrorizzava facendomi credere che non avrei mai guidato per non dover affrontare simili prove di abilità, quando sulla sinistra si apre la vista di una campagna, piatta e scintillante di luce per le acque dei canali e i vetri delle serre, che si infittisce di case fino al limite grigio del mare, rimango sempre in apnea guardando a destra e sinistra le novità che noto rispetto all’anno precedente (nell’illusione di mantenere, come per incantesimo, tutto inalterato). Un nuovo semaforo, un prato con una roulotte al posto di un boschetto di rovi, i pini marittimi superstiti sempre più alti e solitari, i pilastri di un palazzo per anni rimasti scheletriti da rimanerci male a vedere riempito tutto quel vuoto dai muri di un centro commerciale. C’è sempre qualcosa di nuovo a cui devo abituarmi, ma tutto sommato sono più frequenti le conferme che mi rassicurano: i campi da tennis in terra rossa e la rete verde tutto intorno, la strada fresca e ombrosa che imbocchiamo per arrivare a destinazione, i giardini pubblici con gli stessi giochi per bambini e i buchi nella rete di recinzione. Quelle strade che conosco a memoria tanto che molti anni dopo mi ci sono appartato con S. per fare l’amore in macchina e sentirmi a mio agio almeno grazie a quei luoghi che mi sono familiari.
Alla fine ci siamo fermati davanti al secondo dei grandi palazzi gialli, quello meno curato, senza l’automobile del milanese incappucciata nel suo posto macchina sotto il telo argento metallizzato e la targa scritta dietro con la vernice, che quella sigla MI con in più una delle ultime lettere dell’alfabeto per anni mi ha inseguito come simbolo della metropoli del lavoro e del denaro. Siamo scesi tutti dalle portiere di destra, perché dall’altro lato abbiamo al solito parcheggiato troppo radente la siepe di pitosforo, e la prima cosa che mi è venuta da fare è stato guardare in alto per vedere quali erano le finestre aperte sui terrazzi (mentre gli appartamenti al piano terra sono riparati da una seconda fila di piante), sperando che fossero ancora vuoti come in inverno e mi fosse risparmiata l’umiliazione di farmi vedere trasportare in casa tutto l’armamentario che ci eravamo portati dietro. Mentre a fine estate le tapparelle che venivano abbassate una ad una mi facevano una grande tristezza e il condominio accanto, quello dove il milanese era il primo ad andarsene, si spengeva del tutto ad inizio settembre chiuso in un blocco unico di plastica e mattoni, mentre da noi per fortuna due appartamenti rimanevano abitati tutto l’anno, da una signora molto distinta con uno chignon bianco che viveva da sola e guidava una vecchia 500, e dalla famiglia del piano di sopra al nostro, i cui orari notturni (almeno così dicevano i miei che tendevano sempre l’orecchio verso l’alto commentando qualsiasi rumore) erano oggetto di chiacchiere e di lamentele.
Entrando in casa mi sono accorto che l’angusto spazio dell’ingresso era stato ulteriormente occupato da un nuovo armadio, uno di quelli a basso costo di formica e truciolato, che si aggiungeva a tutta una serie di mobili male assortiti (quelli più vecchi superstiti di un’epoca di agi e di velleità classiche: dello stesso gusto, alle pareti, un ciclo di stampe con scene di caccia dove cani stanavano selvaggina) degni di un magazzino di rigattiere. Mi rendo conto solo adesso che prima non ero consapevole di questo cattivo gusto e non mi vergognavo della sciatteria della nostre abitazioni. Non mi capitava, come succede ora quando sono ospite in casa d’altri, che l’occhio cada subito (neanche fossi un arredatore) su poltrone tavoli e credenze.
Nella divisione dei compiti in vigore nella mia famiglia gli affari tecnologici spettano agli uomini e allora è toccato a me occuparmi della tv: la delicatezza dell’operazione non coincide tanto nel trasportarla dentro casa ma piuttosto nella sintonizzazione dei canali. L’altra mia prerogativa è occuparmi della vecchia bicicletta. L’ho portata fuori dal salotto dove rimane rinchiusa per 10 mesi e ho cominciato a gonfiare le ruote sotto la guida del babbo che ogni volta mi ricorda di sollecitare la valvola prima di gonfiare la camera d’aria. Ho fatto finta di essere preso in questa operazione per non salutare i mattinieri signori B. che dal terzo piano del palazzo di fronte salutavano, ricambiati, i miei familiari. Appena fatto sono salito in sella per andare a comprare il giornale all’edicola dove qualche anno fa lavorava una ragazza che poi non ho più rivisto, preferisco fare un po’ di strada in più per sperare comunque di incontrarla ancora che servirmi di quella nuova che si trova alla fine della strada proprio di fronte al nostro bagno. Con il giornale sotto braccio mi sono diretto verso la spiaggia dove, di fianco al nostro ombrellone, mi aspettano i signori B., affrontarli il primo giorno senza nemmeno lo schermo di un quotidiano sarebbe stato davvero difficile.
 
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