Campi Flegrei/quarta puntata La leggenda della Sibilla dell’Averno di Alvaro Mirabelli
04.08.2006
Il nostro itinerario si concede per ora una sosta sul mitico lago d’Averno, separato dal mare solo da una esile striscia di terra. Carico di riferimenti leggendari, lo specchio d’acqua fu a lungo ritenuto il varco d’accesso al mondo dei morti, all’oltretomba infernale. Tali credenze fiorirono già in età romana: e proprio in epoca classica, infatti, si insediarono non a caso in prossimità del lago e sulle sue sponde stregoni, negromanti e pizie. A proposito di sacerdotesse, anzi, appare sospesa tra realtà e fantasia la suggestiva storia dell’oracolodell’Averno: si riteneva infatti che una profetessa dai grandi poteri dimorasse nella galleria di raccordo tra lo specchio d’acqua ed il mare. Le antiche vestigia sono in realtà, almeno in parte, quanto resta delle opere di ingegneria militare realizzate in età augustea. Gli scavi operati nel XX secolo dal prestigioso archeologo Amedeo Maiuri contribuirono, infine, a sfatare il mito della Pizia dell’Averno: il famoso scienziato riuscì a localizzare l’autentico antro della Pitonessa nella non distante necropoli di Cuma.
Il ridimensionamento del ruolo della finta grotta della Sibilla non scalfisce tuttavia il fascino ed il mistero della costruzione che si presenta come un lungo tunnel di 200 metri, sormontato da una volta a botte e avvolto nell’oscurità: alcuni ingressi, attualmente murati, permettevano l’accesso ad ambienti sottostanti, adibiti in epoca medievale a siti termali. Insomma: una costruzione a strati, collegati tra loro da cunicoli, rampe e scalini, assai simile ad un dedalo che si innerva nel sottosuolo. E la tuttora persistente presenza di acque sulfuree sotterranee avvalora la tesi che, durante l’età di mezzo, il labirinto fosse utilizzato come risorsa terapeutica, come d’altronde testimoniò Pietro da Eboli che vi ubicava il «Balneum Cryptae Palumbariae». E se oggi la moderna archeologia ha sfrattato dall’Averno il mito della Pitonessa, ciò non riduce l’incanto fiabesco del luogo che per secoli ha attirato pellegrini, mistici e visitatori, convinti di essere penetrati nel magico antro della Sibilla.
Ma per il pellegrino moderno è tempo oramai di abbandonare l’Averno per salpare alla volta della cittadina di Baia, lontana solo qualche chilometro. Qui giunti, ci si rende conto di come anche Baia non si sottragga alla regola delle terre flegree, tutte sospese tra un declivio dolce e insistente che viaggia lungo tutta la linea di costa e le azzurre acque del Tirreno. Fin dall’antichità approdo naturalmente ospitale per la sua conformazione di insenatura protetta, popolato da natura rigogliosa e innervato in profondità da un arcipelago di sorgenti termali puntualmente affioranti in superficie con grande frequenza, Baia fu meta privilegiata dei potenti di Roma: l’obiettivo dei maggiorenti, a parte il riposo tra le amenità del luogo, era, com’è intuibile, il soggiorno curativo tra acque, fanghi e vapori dei numerosi stabilimenti termali. La vocazione è storicamente documentata dallo scrittore Vitruvio e vien fatta risalire già all’aetas repubblicana: durante il principato, poi, fu l’aristocrazia senatoria a costellare Baia di ville e residenze, ben presto imitata dagli imperatori e dai loro entourage. Ed è questa l’epoca in cui Baia si guadagna la controversa fama di sentina di licenziosità e di corruzione dei costumi: ne parlano, infatti, con un misto di amore e odio, autori come Ovidio e Marziale, citando la lascivia delle donne, lo splendore delle dimore, la suggestione del tufo fumante, le proprietà miracolose dei balnea. Particolarmente interessante il commento di Plinio ai possedimenti di Licinio Crasso, prospicienti uno specchio d’acqua ribollente di vapori sulfurei che era considerato esso stesso luogo ideale in cui immergersi per curare le malattie.
Questo paradiso in terra è geograficamente compreso tra la famosa Punta Epitaffio ed il promontorio dove svetta il Castello Aragonese: un’area estesa che nell’antichità insisteva sulla terraferma, ma che la millenaria azione del bradisisma ha ormai adagiato nel mare ad alcuni metri di profondità (straordinarie, attualmente, le passeggiate su battelli dal fondo trasparente per ammirare la cosiddetta Baia sommersa, ben visibile sui fondali con suoi tracciati di strade e vestigia antiche). Quanto rimane tuttora in superficie, però, è sufficiente per costituire formidabile motivo di richiamo per i visitatori, cui è concesso ancora ammirare i resti di alcune ville patrizie, ma soprattutto gli scavi dell’antico complesso termale. Di queste e altre meraviglie parleremo nella prossima puntata.