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Bragadin, l’eroe di Famagosta
In un libro la storia dell'assedio turco alla fortezza veneziana
di Massimiliano de Francesco
18.10.2007
Cercasi produttore e regista per il libro «Accadde a Famagosta» (Scepsi&Mattana Editori), storia eroica e terribile dell’assedio turco ad una fortezza veneziana di Cipro. Il cagliaritano Gigi Monello, autore del volume, merita una chance cinematografica per due ragioni. Prima: l’evento si presta alla messa in scena, perché vicenda di massacri e tradimenti, di molti contro pochi, di uomini e bestie. Seconda: i 26 capitoli della storia - corredati da un ricamo prezioso di note e da un’appendice con la relazione del nobile bresciano Nestore Martinengo scampato all’eccidio di Famagosta - sono scritti già da sceneggiatore, con descrizioni nette in cui l’odore del sangue e l’onore del guerriero si mischiano all’umore del predatore e all’uso meschino di infamare il tempio dei vinti. «Questa è la storia - si legge nel prologo del libro - di un Veneziano che con onore si arrese e consegnò il suo corpo ad un nemico, che con esso si trastullò facendone scempio». Il suo nome era Marcantonio Bragadin, eroe già richiamato in vita dalla Fallaci ne «La Forza della Ragione» per dimostrare come i turchi siano bravi e perversi ad umiliare lo sconfitto.
Siamo nel 1571 e il Mediterraneo è un mare «armato». Dio è annegato e i pirati, d’ogni bandiera e crudeltà, si odiano e si combattono senza esclusione di colpi. Due grandi imperi, Spagna e Turchia, danno su questo mare e si dannano per queste acque; Venezia, padrona negli affari e progressista nei costumi, è l’altra regina dei mari costretta, per ragioni geografiche ed economiche, a convivere con gli altri imperi. Relazioni pericolose, soprattutto perché il mondo ottomano, immane macchina predatoria, ha la guerra nel cuore e non vuole sentire ragioni. Vedi i fatti di Famagosta: serve una conquista al nuovo re Selim II, detto l’Ebbro, un rospo dalla faccia arrostita, salito al trono nel 1566, rozzissimo nei discorsi, pronto a ferire il grosso e grasso Occidente dai vini buoni e dalle donne libere. La cristianissima Cipro è il bersaglio; Lala Mustafà, generale avido di carne, è la belva sciolta. Luglio 1570: l’armata turca sbarca a Cipro: prendono e straziano Nicosia. Ad una ad una, per paura dell’invasore, molte città scelgono la resa. Tutte tranne Famagosta. Qui ci sono due uomini, due spade: il comandante delle milizie Astorre Baglioni e il Rettore della città Marcantonio Bragadin. Qui c’è la volontà di non sottomettersi. Mustafà Pascià manda i suoi cavalieri intorno alle mura della città a mostrare le teste dei trucidati di Nicosia e chiede al veneziano, con una lettera piena di lusinghe e minacce, di consegnare la fortezza. Bragadin manda a dire al turco «che se voleva Famagosta venisse a prenderla».
 
Centomila turchi contro seimila veneziani: non c’è battaglia. Numeri alla mano, Famagosta sarebbe dovuta capitolare in un attimo. Invece, l’assedio durerà dieci mesi. Narra la tradizione che il generale ottomano, all’inizio dell’assedio, forte di un esercito infinito, avrebbe detto che sarebbe bastato che ogni suo soldato avesse lanciato una sola delle proprie scarpe per colmare il fossato di quella città. Non fu così. Sotto quelle mura, Mustafà ci rimase a lungo a covare odio e solo dopo sei assalti la fortezza veneziana si arrese. Bragadin, nel corso di mesi in cui «il sole accecava la vista e armi e armature scottavano a toccarle», aspettò invano le flotte amiche che potevano riequilibrare lo scontro. Il silenzio del mare, la sfiducia e la morte tra gli assediati, i diavoli «affacciati alle mura»: il racconto degli ultimi giorni prima della resa, si fa intenso, avvincente nella sua tragicità. Si avverte, tra macerie e ritirate, che il destino di una parte è segnato e l’autore segue le ore della sconfitta con gli occhi fissi su Bragadin, l’eroe che spera ancora nella svolta e preferirebbe morire in battaglia anziché cedere ai turchi di cui teme la storica slealtà: «V’era una luce chiara e fredda nei suoi occhi un fare febbrile nei suoi gesti, un senso di rassegnazione, un sentore di morte. O, forse, ancora credeva in quel soccorso, nelle cento galee veneziane che d’incanto apparivano davanti a Famagosta? Era stata la sua vita Venezia, tutta la sua vita. Aveva solo quarantatre anni, buona salute, poteva ben sperare di camparne non pochi altri. Ma pareva non importargli. Era nobile, illustre, possidente, con palazzo e moglie di antico casato; aveva figli, affetti, conoscenze, amici, interessi, ambizioni: poteva ben ritenere preferibile vivere ancora. Ma pareva non importargli. La sfida della sua vita era qui a Famagosta, era solo quella grigia fortezza da non cedere, quell’onore da non tradire, quel suo modo di prender la vita, da non disfare».
All’alba del primo agosto del 1571, Famagosta alza il drappo bianco. Il giorno dopo, ottenute onorevoli condizioni, Bragadin, pur non avendo partecipato alle discussioni, accetta la capitolazione. Chiusa la guerra, si apre il martirio. Da qui in poi, la storia prende una piega incredibile, le vicende si macchiano di pulp ed esce di scena qualsiasi onta di pietà. Tre giorni dopo l’atto di resa, sottoscritto dalle parti su una pergamena bollata d’oro, il comandante veneziano, con una schiera di soldati e ufficiali, si presenta nell’accampamento turco per consegnare le chiavi della fortezza a Lala Mustafà. Il Pascià, sorridente e vincente, accoglie gli italiani sapendo già cosa farne. Parla con il vinto ma mai domo Bragadin: lo provoca, lo schiaffeggia e viola i patti seminando pretesti. La mattanza: i cristiani vengono decapitati tra il giubilo dei giannizzeri. Colpi secchi, chiome di sangue, irrisioni e urla, l’ebbrezza della vendetta: una terribile piramide di teste eccellenti - tra cui quella del comandante Baglioni - s’alza per la gioia di un eccitato Mustafà. Dopo la strage, i diavoli turchi stuprano Famagosta. Corpi fatti a pezzi e dati in pasto ai cani, case saccheggiate, cattedrale distrutta, sarcofagi aperti e «ossa e miserande mummie incartapecorite estratte, profanate, frantumate».
 
Ma tutto ciò non è niente se si pensa a quello che hanno in mente per il nobile Bragadin. Il fiero e orgogliosissimo veneziano merita una punizione esemplare. Fatto prigioniero, stizzito per aver creduto al turco, subisce torture infamanti: gli vengono tagliate le orecchie ed è morbosamente tenuto in vita fino al 17 agosto, giorno del supplizio finale. Il capitolo XXV è allucinante. Sconsigliato ai deboli di cuore, piacerebbe a registi come Quentin Tarantino e Mel Gibson. Quella dell’eroe di Famagosta è tra le morti più atroci di tutte le storie del mondo. Una morte con il pubblico: solo Dio non c’è per il veneziano. Non c’è mentre Bragadin è costretto, una volta slegato, a riempire, svuotare e riempire ancora una fossa sotto un cielo implacabile per il caldo. Non c’è quando, ogni volta che passa dinanzi al Pascià, deve baciare per terra; non c’è nel momento in cui viene bastonato e poi legato a una tavola e alzato per aria affinché tutti possano vedere qual è la fine del nemico. E non c’è Dio quando nel cuore di una piazza viene stretto a una colonna e lentamente macellato da vivo e spellato con cura da due rinnegati: «La rossa muscolatura del dorso è a vista e una pagina di pelle bianca pende dalle mani del carnefice (…) Erano dieci minuti che gli scorticatori bestiali lavoravano, quando il corpo del Capitano si irrigidì, ebbe come un tremito, e non si intesero più lamenti ma solo un cupo mormorio; quindi si videro le sue membra allentarsi e il capo rovesciarsi all’indietro. Era spirato. Sono le 15 del 17 di Agosto». E morì anche dopo la morte, il Capitano. Dio in quelle ore continuò a non esserci. La scorticatura proseguì: Lala Mustafà ordinò che con la pelle del Bragadin si fabbricasse un fantoccio. Risparmiamo la cruda descrizione della triste opera dei boia e diciamo solo che il pupazzo, una volta finito, fu messo a cavalcioni d’una vacca e, sorretto da due soldati, girò per la città. Il ludibrio della gente e l’allegria del Pascià chiusero la giornata. Questo accadde a Famagosta nel 1571. Così finì Marcantonio Bragadin.
Così morì un italiano. 
 
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